la corona del rosario

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I santi e la corona del rosario
Abbiamo letto tanti articoli sul rosario ma in questo articolo di oggi, tocchiamo più da vicino l’argomento, per essere più precisi, vediamo cosa ne pensavano i santi del rosario.
Su questo punto i Santi ci danno buon esempio. Quanti e quali Rosari recitava ogni giorno l’attivissimo don Bosco? Ed il santo Curato d’Ars, posto a modello di tutti i parroci? Il Papa San Giovanni XXIII, confidava con tutto candore che trovava ogni giorno il tempo per recitare il Rosario intero, cioè le tre corone.
I santi e la corona del rosario
Di Padre Pio da Pietralcina dicono che recitasse una dozzina di Rosari al giorno. Se facciamo caso, tranne quando celebrava la santa Messa, Padre Pio aveva sempre la corona del Rosario in mano. Certo ci chiediamo come facesse e dove trovasse il tempo. Non è questione di tempo, ma di volontà e di fede!
Un tempo, il rosario veniva recitato tantissimo, dai papà, mamme, preti e suore e lo facevano, offrendolo ogni giorno al Signore e alla Mamma del Cielo, camminando, lavorando in casa o nei campi e persino in officina, oppure in ginocchio nella solitudine di una chiesa o di una cameretta. QUESTO SI CHIAMA, FEDE, SI CHIAMA, DEVOZIONE, SI CHIAMA AMORE!
I santi e la corona del rosario
Ritornando a don Bosco, il 20 agosto 1862 erano appena tornati a Valdocco i giovani per le ripetizioni, dopo il breve soggiorno in famiglia cominciato il 28 luglio, quando don Bosco alla «Buona Notte» prese il tono dei giorni migliori e, pur avendo dinanzi a sé non più di un centinaio di ragazzi, raccontò un sogno che aveva avuto probabilmente la notte del suo dì natalizio, il 16 agosto precedente.
Questa volta non fece alcun preambolo né di ordine precauzionale né di ordine segreto; disse semplicemente che aveva avuto un sogno e che lo voleva narrare loro perché, a pensarci bene, gli era parso che avesse un contenuto efficace per gli ascoltatori. Prese dunque a dire che, tra la stalla di suo fratello Giuseppe e il portico per i carri, c’era un prato, quello precisamente dove, ai tempi della sua fanciullezza, stendeva la corda e intratteneva i paesani, con giochi di equilibrio e di prestigio. Su quel prato in forte declivio, a un certo punto del sonno era comparso un personaggio.
Infatti, don Bosco non si stupì della sua presenza, gli fece anzi atto di ossequio e avviò una conversazione che, data l’esperienza del passato, avrebbe potuto concludersi con qualche prezioso ammaestramento, se non addirittura con qualche rivelazione di cose. Ma il dialogo non durò a lungo; anzi, morì subito, dinanzi a un’ingiunzione del personaggio che, dopo avergli fatto osservare tra l’erba un serpentaccio lungo sette od otto metri, gli mise anche tra le mani il capo di una corda con cui avrebbero dovuto immobilizzarlo e ucciderlo.
Don Bosco non se la sentiva di fare il boia in quella circostanza, e lo disse anche al personaggio, che invece insistette e lo costrinse a rimanere sul luogo.
Se non osi battere – gli disse – tieni solo duro; batterò io e vedrai cosa ne faremo di questa bestiaccia. Infatti cominciò a menar frustate da orbo, flagellando il serpente in maniera che, rivoltandosi quello per vendicarsi e liberarsi nello stesso tempo, s’incagliava sempre più, fino a restar preso come nelle maglie di una rete. Dibattendosi, le sue carni volavano all’aria e ricadevano pesantemente sull’erba del prato, che risultò così lordata da tutto quel sangue e popolata da tutti quei brandelli di carne che, tra l’altro, mandavano un fetore insopportabile.
Don Bosco, che aveva legato per ordine del personaggio misterioso il capo della corda a un albero, tirò un respiro di sollievo, quando di tutto quel mostro non vide impigliato nella rete che uno scheletro immane ma impotente, afflosciato come un sacco svuotato del suo contenuto.
Morto il serpente, quando credeva che tutto fosse finito, don Bosco si sentì invece dire di stare con gli occhi bene aperti, perché ora sarebbe succeduta cosa, che avrebbe mandato in estasi il più gran prestigiatore di questo mondo, non diciamo poi un povero prete come lui era.
Quel personaggio prese la corda, ne fece un gomitolo che mise in una cassetta, dove la rinchiuse. Tosto la riaprì sotto gli occhi stupiti dei giovani, che intanto erano accorsi.
Che cosa era successo? che la corda si era disposta in maniera da formare le parole: Ave Maria.
Ma come può essere che la corda si sia cambiata in una scritta così venerata?
– Il motivo è questo – rispose compiaciuto il personaggio – Il motivo è che il serpente raffigura il demonio e la corda il santo Rosario, con il quale, si possono battere, vincere e distruggere tutti i demoni dell’inferno.
www.nostrasignoradelrosario.altervista.org

Ugo Maggengo
Sono la conferma che Dio sceglie lo scarto del mondo per confondere i sapienti e i superbi. Sono la conferma che Dio usa misericordia con chi accetta di essere sconfitto dal Suo Amore. Ugo

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